Dopo nove anni i cittadini si sono recati alle urne per eleggere l’assemblea costituente e abolire la monarchia. Un clima di estrema tensione. Un appello alla calma dai leader maoisti
A Kathmandu e in tutto il Nepal i seggi si sono chiusi. Dopo nove lunghi anni i cittadini nepalesi si sono recati alle urne per scegliere i 601 parlamentari dell’assemblea che dovrebbe scrivere una nuova costituzione e abolire la monarchia hindu vecchia di 240 anni.
Revisione costituzionale che rappresenta l’ultima tappa del processo di pace iniziato dopo gli accordi del 2006, di fatto un vero e proprio cessate il fuoco tra forze governative e ribelli maoisti, che hanno mitigato, se non proprio messo fine, alle violenze.
Il primo dato che emerge da questo storico momento della storia del paese asiatico e che tutto si è svolto in un clima di estrema tensione, con un ingente dispiegamento di forze a garanzia della regolarità delle operazioni. Si parla di quasi 150.000 tra poliziotti e militari, in un Paese di 17 milioni di abitanti.
Le avvisaglie dei giorni precedenti non erano state certo incoraggianti: circa dieci morti negli scontri tra polizia e maoisti, gli ex ribelli che vogliono la rovesciare la dittatura di re Gyanendra. Il quale re era salito al trono dopo che il fratello maggiore e altri otto membri della famiglia reale erano stati uccisi nel 2001 da un principe della corona, che in seguito si è era suicidato.
Nelle ultime ore precedenti al voto, dopo un incontro con il premier ottantatreenne Girija Prasad Koirala, il leader maoista Prachanda, che teme complotti per minare il voto e salvare il destino del monarca, ha rivolto un appello alla calma.
Non era certo facile immaginare uno scenario diverso dopo gli ultimi nove anni senza voto, contrassegnati da violenze e rivolte armate che hanno insanguinato il paese con oltre 13.000 morti. Una tensione dilaniante tra una monarchia assolutista e un movimento maoista che voleva uno stato comunista. I maoisti, abbandonata la rivolta e costituitisi in un partito assolutamente legale, hanno rinunciato a quest’ultima istanza e stanno collaborando alla costruzione del nuovo Nepal democratico.
Si tratta di un vero e proprio voto per la Pace. Certo, come spesso succede in situazioni simili, solo l’esito del voto, per cui dovremo attendere una decina di giorni, ci dirà di più. E’ tutta da valutare l’effettiva volontà degli schieramenti politici di accettare l’esito della consultazione elettorale, qualunque esso sia. La comunità internazionale e l’ONU stanno monitorando la situazione, ma l’eventuale capacità di mitigare possibili derive autoritarie sembra piuttosto scarsa. C’è il fondato timore che frange estreme dei partiti in lizza possano non riconoscere l’esito del voto, adducendo sospetti di brogli, violenze e coercizioni, staccarsi dalle rispettive maggioranze e riprendere la via delle armi.
La speranza di tutti è che il Nepal, in un’area del Pianeta in cui l’instabilità e le tensioni sociali e religiose stanno causando crisi drammatiche, possa essere additato come esempio di svolta democratica e di riconciliazione scoiale.

La speranza per il futuro
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