Approvato il progetto di riforma di voto del sistema di voto. L’egemonia dei paesi industrializzati. SI aggravano gli squlibri vecchi e nuovi
Dopo molti anni e intensi negoziati è stato approvato il progetto di riforma del sistema di voto del Fondo monetario internazionale. Spetta ora all’assemblea dei 185 Paesi membri, in programma per il 13 e il 14 aprile, dare il via libera.
Il piano prevede che il diritto di voto dei Paesi in via di sviluppo passi dall’attuale 40,5 per cento al 42 per cento, quello dei Paesi sviluppati dal 59,5 per cento al per cento. L’ esiguità del trasferimento delle quote non fa certo pensare a un inversione di rotta nella gestione dell’organizzazione di Bretton Woods.
Il Fmi è nato con l’intento di promuovere la cooperazione monetaria internazionale e favorire una crescita equilibrata del commercio mondiale. L’ istituto specializzato delle Nazioni Unite influisce in modo determinante con le proprie politiche sull’orientamento dell’economia mondiale.
Il sistema di voto, che privilegia chiaramente l’Occidente, riflette e garantisce l’egemonia dei Paesi industrializzati su quelli in via di sviluppo.
Con l’erogazione del prestito il Fmi impone una precisa politica economica impedendo ai paesi “beneficiari” degli aiuti per gestire in maniera autonoma il proprio sviluppo. I cosiddetti piani di aggiustamento strutturale, ispirati da una visione neoliberista dell’economia, sono modellati sulla convinzione che il libero mercato sia la strada che condurrà questi paesi allo sviluppo. La ricetta generalmente prevede la svalutazione della moneta nazionale, privatizzazioni massicce e l’eliminazione di qualsiasi forma di controllo sui prezzi.
Nel dichiarato spirito della cooperazione economica internazionale il Fmi non fa che aggravare lo squilibrio esistente perpetrando le logiche del colonialismo economico e culturale. Le disposizioni del Fmi hanno potenziato negli anni lo strangolamento dei paesi più deboli, aggravato la miseria delle masse, accelerato il ritmo della denazionalizzazione economica e finanziaria all’insegna della liberalizzazione del commercio e dell’agevolazione del movimento di capitali. Le prescrizioni politiche non fanno che preparare il campo alla penetrazione economica rendendo fragili e indifese le economie locali.
I Programmi strategici per la riduzione della povertà hanno causato un drastico ridimensionamento della spesa pubblica, sistemi tributari più pesanti e un aumento generalizzato del costo della vita. Gli aggiustamenti strutturali hanno provocato la distruzione delle imprese rurali locali, la perdita di posti di lavoro e la riduzione dei salari. Infine hanno limitato l’accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione, hanno comportato il sequestro delle terre per intere comunità indigene e danni estesi all’ambiente.
Se da un lato le Nazioni unite elaborano convenzioni e ratificano accordi affermando formalmente diritti universali e principi inviolabili, dall’altro lasciano che sia “la mano invisibile” a gestire questioni di primissima importanza.
L’articolo 11 della Carta di Algeri sancisce «il diritto, per ogni popolo, a darsi il proprio sistema economico e sociale, a perseguire la propria autonoma via allo sviluppo in piena libertà e senza ingerenze esterne». Il Fmi incentiva un meccanismo contrario a tale principio, fa dello sviluppo un progetto eterodiretto, trasforma la cooperazione in un grande business e privilegia le logiche del profitto sul diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Per orientare la politica di questo influente fattore dell’equilibrio mondiale, l’intero Sud del mondo non dispone neanche della metà dei voti di cui invece dispongono gli Stati Uniti.
Proprio come nelle imprese private il voto e i diritti dei membri sono proporzionali alle loro “azioni”, poco conta il parere dei Paesi che ricevono “la cura” ed è funzionale che rimangano “malati”. Il Fmi istituzionalizza il predominio finanziario di Wall Street sull’intero pianeta, sostiene l’egemonia del pensiero unico e garantisce la disuguaglianza che alimenta il sistema

La speranza per il futuro
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