Gli ascenari cambiano di ora in oera ma a cinque giorni dal voto i dati non sono noti. Secondo fonti Usa il dittatore si dimetterebbe ma vuole concrete garanzie. Il ruolo dell’esercito
Ancora ore convulse nello Zimbabwe, nonostante siano già passati cinque giorni dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento. Il regime di Robert Mugabe, in carica da 28 anni alla guida del Paese, sembra vacillare e l’ipotesi delle dimissioni non risulta più del tutto aliena.
Con una maggioranza assoluta non raggiunta né dall’attuale opposizione di Morgan Tsvangirai del MDC, né dal capo dello Stato uscente, gli scenari politici possibili sono molteplici. Se a fasi alterne entrambi gli schieramenti hanno proclamato la propria vittoria dal palco dei rispettivi comizi, il quotidiano statale Herald parla oggi di ballottaggio necessario per stabilire il vincitore della consultazione. “La tendenza dei risultati nelle elezioni presidenziali indica che nessuno dei candidati conquisterà oltre il 50 per cento dei voti, rendendo necessario un secondo turno”, scrive il giornale filo-governativo dello stato africano. Ma i risultati stentano ad essere ufficializzati, probabilmente perché nel dietro le quinte si lavora ad un accordo tra le parti contendenti. Un’intesa che non implichi lo scorrimento di sangue.
E’, infatti, dal dipartimento di Stato americano che giunge notizia di un possibile secondo scenario. Secondo gli Usa, l’ottantaquattrenne presidente Mugabe, sarebbe in procinto di rassegnare le proprie dimissioni trattando per il passaggio di potere con l’opposizione, l’Mdc di Tsvangirai, in cambio di garanzie sul proprio futuro. E questo è ciò di cui ha bisogno Mugabe: garanzie. Perché 30 anni di violenze perpetrate ai danni degli oppositori politici, non si cancellano dal giorno alla notte solo attraverso la rinuncia alla carica presidenziale.
Ma nonostante in maniera del tutto ufficiosa emerge un quadro sulle schede scrutinate che configura un sostanziale pareggio tra le due principali forze in campo, circola ancora l’ipotesi che l’uscita di scena di Mugabe sia lontana nel tempo. Dei 141 (su 210) seggi assegnati, 72 sono andati all’opposizione e 69 al partito al potere. Tsvangirai sarebbe tra il 41,9 e il 48,3 per cento, Mugabe, al sesto mandato, sarebbe poco sopra il 43 per cento. Nell’eventualità del ballottaggio sarebbe decisivo l’8,3 per cento del terzo partito in gara, rappresentato da Simba Makoni, più volte ministro (anche delle Finanze) nell’era Mugabe. Ma attenendosi alle voci che circolano all’interno dell’esercito, la realtà più credibile è quella che vede lo sfociamento di questo nuovo stallo politico, in un ennesimo colpo di mano autoritario. Uno scenario che getterebbe definitivamente nel caos un Paese in profonda crisi e economica e sociale.

La speranza per il futuro
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