Il rapporto di Medici Senza Frontiere offre una fotografia molto triste dei nostri mezzi di informazione. L’intreccio editoria-poteri forti guarda solo al volume delle vendite e della pubblicità. Tanto spazio alla cronaca nera
E’ appena uscito il rapporto di Medici Senza Frontiere sull’informazione italiana circa le crisi umanitarie nel mondo.
Ciò che ne viene fuori è una fotografia molto triste dei nostri mezzi di informazione, che lasciano nel completo oblio drammi, cause e colpevoli in aree già martoriate del Pianeta. Forse perché fare vera informazione paga meno che pasturare di gossip tv e giornali, solleticando la pruderie dei lettori-ascoltatori, preferendo “sciacallare” nel delitto della porta accanto piuttosto che risvegliare le coscienze sui problemi veri della società odierna e dei suoi modelli di sviluppo. E allora, se il valore di riferimento diventa il volume di vendite o lo share degli ascolti – direttamente proporzionale al valore degli spazi pubblicitari che si mettono in vendita - se il giornalista è solo un mercante, perde il suo ruolo e la sua funzione , è ancora più importante battersi per dare spazio alla voce degli inascoltati.
Medici Senza Frontiere, ONG da anni impegnata nell’assistenza sanitaria delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo e Nobel per la Pace nel 1999, fa una ricognizione dei servizi dedicati a drammatiche crisi umanitarie nell’ultimo anno nei telegiornali italiani.
Nella loro top ten figurano la Repubblica Centrafricana, il Congo, la Somalia, la Cecenia, e tante altre catastrofi umanitarie. Alla guerra civile che sta insanguinando la Repubblica Centrafricana, con un numero imprecisato di vittime in conseguenza degli scontri, della fame e delle malattie che si propagano a velocità incredibile, i telegiornali italiani non hanno dedicato nemmeno una notizia nel 2007. Di gran lunga superiore invece la copertura informativa sulla guerra e l’epidemia di colera nella vicina Repubblica democratica del Congo, con le sue migliaia di sfollati, a cui i tg hanno dedicato addirittura cinque servizi nell’ultimo anno. Con tutto il rispetto per la vita umana, ci sembra ignobile il paragone con i cinque, e forse più, servizi quotidiani sul pigiama di Cogne o sulla bicicletta di Garlasco. Forse è troppo complesso per un’informazione ormai omologata ed appiattita sulle esigenze di editori impastati con i centri di potere politici ed economici andare ad approfondire questioni importanti. Meglio una sana cronaca nera, a cui storicamente l’informazione seria ha sempre dedicato uno spazio marginale. Eh sì, perché andrebbe spiegato all’opinione pubblica dove e come orde di diseredati, che non hanno cibo né medicine, riescano a reperire armi e munizioni per conflitti di cui spesso si dimenticano anche le ragioni scatenanti. Conflitti che, guarda caso, scoppiano sempre in aree sì depresse e sottosviluppate ma ricche di materie prime – uranio, petrolio, diamanti – di cui la parte opulenta e sviluppata del Pianeta necessita inesauribilmente per mantenere il proprio livello di benessere. Le parole amare di Kostas Moschochoritis, direttore di Medici Senza Frontiere Italia, dovrebbero far riflettere “La nostra speranza è che i media italiani accettino di raccontare le crisi umanitarie, nella consapevolezza che raccontarle sia il primo passo per affrontarle e risolverle. Non raccontare la sofferenza di milioni di profughi, di bambini che muoiono di fame, di feriti e mutilati, di donne violentate equivale a dire che tutte queste persone e le loro sofferenze non esistono”. Raccontarle per informare, e informare per educare. Il sale della democrazia.

La speranza per il futuro
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