Nasce a Roma “Entra” il cantiere per il diritto alla conoscenza della Sinistra-Arcobaleno.L’identità delle classi della sofferenza sociale.Le ragioni dell’essere della sinistra
Sala gremita sabato scorso per la presentazione di “Entra”, l’iniziativa promossa dalla Sinistra l’Arcobaleno che ha voluto dare un impulso significativo alla nascita del cantiere per il diritto alla conoscenza, attraverso un processo partecipato che parte dal basso.
Università e ricerca, cultura e spettacolo, formazione, comunicazione, diritto allo studio, e beni culturali sono stati i temi affrontati dai gruppi di lavoro. Le diverse realtà intervenute a questo incontro, dalle associazioniste a quelle movimentaliste, si sono potute interfacciare direttamente con le istituzioni della Sinistra l’Arcobaleno innescando un vero e proprio processo di confronto. A dare il via ai lavori è Don Roberto Sardelli, un personaggio particolarmente rappresentativo per l’impegno che accompagna da sempre la sua vita al fianco dei poveri e degli emarginati. La cultura, per Don Sardelli è la cattedra insostituibile della formazione come l’anello determinante della società nella quale la politica diventa strumento per alimentare questo delicatissimo compito.
Don Roberto, quali sono le ragioni che lo hanno spinto ad essere presente a questo evento?
Riscrivere completamente alcune pagine dei contenuti della sinistra è di vitale importanza. Le politiche delle periferie e della cultura, entrambe legate indissolubilmente ad un filone, cioè quello delle classi della sofferenza sociale, rischiano di perdere la loro identità originaria. La cultura se parte da queste condizioni disagiate ha un suo valore di cambiamento, al contrario perde inevitabilmente la sua corrispondenza, perché l’escluso deve diventare incluso. Avviene allo stesso modo per le politiche della periferia, che vanno trattate in modo da divenire il motore e l’artefice della storia della città. Questi due bisogni mi hanno portato ad essere qui oggi con la speranza che il risultato dia quello slancio positivo a vantaggio di una reale continuità nel tempo.
Quindi la necessità fondamentale è quella di creare un effetto partecipativo attraverso un reale coinvolgimento?
S’, ma la partecipazione dev’essere soprattutto per chi non ha mai partecipato e ha sempre subito. Bisogna intraprendere iniziative di contatto, ma prima di ciò dobbiamo fare delle scelte precise perchè il crinale dell’incertezza corrode la coscienza. E non possiamo farlo mantenendo il piede su due staffe. Quarant’anni fa in una parrocchia della capitale mi trovai di fronte a un bivio. Rimanere dentro gli edifici parrocchiali oppure andare a vivere nelle baracche insieme agli emarginati. Optai per la seconda alternativa e fu quello il metodo che innescò il fenomeno partecipativo alla lotta e alla riflessione di carattere ideale, sociale e culturale. Fare le scelte giuste è un passo obbligato.
Come si pone di fronte alla politica e quale sente più vicina alle sue ragioni?
Ci troviamo di fronte ad una grande confusione, nel clou di una crisi totale imprevista per la sua rapidità di sviluppo, nella quale ci presentiamo impreparati. A breve affronteremo questa scadenza elettorale ma all’indomani dobbiamo subito cominciare un lavoro per riscoprire le ragioni dell’essere di sinistra, nel campo della cultura, dell’urbanistica, della politica estera, del sociale.
Ci stiamo un po’ troppo bipartisanizzando, senza destra e senza sinistra. Questo non significa inevitabilmente aprirsi ad un conflitto, bensì sviluppare un confronto, ma solo nella completa conoscenza della propria identità e originalità. Troppo spesso ci si uniforma al punto di vista della grande stampa prodotta dai poteri forti, ci si contorna ai grandi intellettuali che sono divorziati dalle masse e dal popolo, ignorando l’unico portatore delle domande. Dobbiamo ricollegarci a quell’angolo visuale che ci permetta di avere una visione del mondo che è quella degli esclusi, da tutti disertato.
Mancare questo si traduce in una paralisi.

La speranza per il futuro
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