Un punto cardine di partenza del “miracolo” dove ogni cosa si trasforma in merce a pochi dollari. I lavoratori impossibilitati a difendere i propri diritti
Dai mercati rionali alla grande distribuzione siamo sommersi da prodotti che riportano una indelebile dicitura: Made in China.
Ma in questo ciclo produttivo c’è un punto cardine di partenza dove ogni cosa ha la possibilità di trasformarsi in merce a pochi dollari. E’ il carbone la linfa vitale del miracolo economico di questo continente, la cui produzione fornisce le centrali elettriche, l’energia domestica e infine alimenta gli insediamenti industriali che producono incessantemente tutti quei prodotti che raggiungono l’occidente e gli angoli più remoti del pianeta. A pagare le conseguenze di questa indistricabile realtà, dove finanza e politica si mescolano fino a dare vita ad una roulette russa, sono i lavoratori delle miniere di carbone, nelle esclusive determinazioni degli alti profitti ricavati dall’incessante produzione.
A darne notizia è il rapporto diffuso pochi giorni fa dal Chinese Labour Bullettin, il più autorevole organo d’informazione sindacale fondato e diretto da Han Dongfang, lo studente che nel 1989 partecipò alle manifestazioni di piazza Tienanmen e riuscì in seguito a raggiungere gli Stati Uniti dove attualmente risiede per il negato rientro in patria imposto dall’autorità cinese.
E’ risaputo che la Cina sia uno di principali paesi produttori di questo fossile naturale, ma in seguito alla cavalcante iper-produzione sembra che questa risorsa inizi a scarseggiare. Nonostante questo, nel rapporto del CLB emerge un fenomeno allarmante. Il tasso di mortalità nelle miniere cinesi è il più alto rispetto a tutti gli altri paesi del mondo, ed è un dato al quale si evita accuratamente di darne il giusto risalto. Gli addetti alle miniere sono prevalentemente persone indigenti, che giungono dalle zone rurali e sono disposte a turni sacrificati pur di ottenere pochi denari per arrivare incolumi al giorno successivo. In seguito alla privatizzazione delle miniere la richiesta del carbone è aumentata per effetto della spietata concorrenza liberistica e questo ha contribuito notevolmente ad innalzare il profitto a scapito della sicurezza.
Come riporta il CLB l’investimento di apparecchiature di sicurezza è pressochè insufficiente e molti degli operai non sono qualificati per espletare la loro mansione. Così i lavoratori, si ritrovano impossibilitati a difendere i propri diritti, senza alcuna rappresentanza sindacale in grado di negoziare le loro richieste, schiacciati da un’impenetrabile connivenza tra chi gestisce, cioè il privato e chi dovrebbe controllare, cioè lo Stato. Un equilibrio di forze talmente sproporzionato che di fatto isola gli operai nell’impotenza delle proprie ragioni.
L’amministrazione statale ha tentato di introdurre un sistema migliorativo nell’industria carboniera ma senza determinare un miglioramento delle condizioni lavorative, anche a fronte del recente innalzamento del premio assicurativo in caso di morte, pari a 200.000 yuan, circa 18mila euro. Tale somma, infatti, non considera una compensazione sulle circostanze dell’accaduto e lascia al proprio destino i familiari delle vittime negando una legittima rivalsa attraverso il sistema giuridico. Le autorità, come riporta il CLB, in seguito agli incidenti mortali sono più interessate a mantenere l’ordine pubblico e a impedire l’instabilità del paese, facendo leva sul miraggio del benessere privato, piuttosto che far rispettare un seppur minimo diritto a garanzia e tutela del lavoratore.
Karl Marx scriveva “L’infelicita’ della societa’ e’ lo scopo dell’economia politica”, e in questo caso siamo anche noi ad alimentarla.

La speranza per il futuro
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