L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri è avvenuta sul filo di lana. Chiarezza sulle competenze delle Regioni e dello Stato
L’Italia vanta una lunga tradizione di tutela dei beni culturali. Già al principio dell’Ottocento alcuni stati preunitari gettarono le basi della moderna legislazione in difesa del patrimonio artistico e storico, che si basa sul principio della sottomissione della proprietà privata all’interesse dello Stato. Lungo il Novecento si sono succeduti numerosi provvedimenti, fino al Testo unico del 1999 (varato dal governo di centro-sinistra) e al Codice dei beni culturali e del paesaggio (varato nel 2004 dal centro-destra) che però già pochi mesi dopo, anche a causa delle polemiche suscitate (specie sul paesaggio e sul perverso meccanismo del silenzio-assenso), aveva avuto bisogno di alcune correzioni.
Con due decreti legislativi il Consiglio dei Ministri ha appena approvato le disposizioni integrative e correttive del Codice. L’approvazione è avvenuta sul filo di lana, ormai in pieno clima elettorale. La caduta del Governo rischiava di vanificare il lungo e meticoloso lavoro di revisione, voluto dal Ministro Rutelli e condotto da una commissione presieduta da Salvatore Settis. Sarebbe stato davvero un gran danno per il nostro patrimonio culturale e paesaggistico se non si fosse arrivati a questa parziale riscrittura del Codice.
La Commissione Settis ha consegnato il testo di riforma il 3 dicembre scorso e per sostenerne la rapida e incondizionata approvazione si sono mobilitate, con accorati appelli, le associazioni ambientaliste e di tutela. Le modifiche, approvate in via preliminare dal Consiglio dei Ministri il 25 gennaio, erano poi dovute passare in Conferenza unificata e infine alle Commissioni di Camera e Senato il 5-6 marzo. Il confronto con le Regioni rischiava di ridurre la portata innovativa dei decreti: uno dei punti più controversi era infatti la competenza in materia di tutela paesaggistica, che secondo l’articolo 9 della Costituzione spetta allo Stato, come anche ribadito da una recente sentenza della Corte costituzionale che rivendica al paesaggio un valore “primario e assoluto”. Ora si è fatta chiarezza sulle competenze delle Regioni e dello Stato: le prime redigono la pianificazione territoriale ma il secondo, attraverso il Ministero, ha comunque l’ultima parola sul paesaggio. Un ruolo vincolante viene restituito alle Soprintendenze, che valutano in modo preventivo la conformità dell’intervento ai piani paesaggistici; ora bisognerebbe snellire gli aspetti burocratici e centralistici del Ministero, dando alle Soprintendenze fondi adeguati e nuovo personale qualificato. Intanto la Legge finanziaria 2008 prevede uno stanziamento di 15 milioni di euro all’anno per la demolizione degli “ecomostri”.
Alcune novità riguardano anche la parte del Codice sul patrimonio artistico, archeologico, architettonico, etnoantropologico, librario e archivistico. In particolare si ribadisce una verità tanto ovvia che la società capitalistica e liberista aveva ben pensato di far lentamente decadere, e cioè che i beni culturali non sono assimilabili alle comuni merci e bisogna quindi rispettare in modo stringente gli accordi di controllo sulla circolazione internazionale, come del resto va perseguita ogni illecita esportazione e va impedita la dismissione a scopi di profitto meramente economico degli immobili pubblici di rilevanza culturale.

La speranza per il futuro
Registrazione ...
.jpg)
