La campagna elettorale del cavaliere appare in difesa. Nelle segrete stanze di palazzo Grazioli si teme il pareggio, o quasi, al Senato. Il rischio che riesplodano tensioni come nella ex Cdl
Questa volta, almeno per una volta, non promette “miracoli”. La campagna elettorale di Silvio Berlusconi appare in difesa, più che all’attacco. All’attacco – come dicono e scrivono tutti gli analisti – c’è il Pd di Veltroni. E’ quella, la novità.
Il leader della nascente Pdl, naturalmente, soffre non poco l’idea. Ecco perché si presenta, ormai, vestito come un uomo Versace (Santo, peraltro, fratello dello stilista e fondatore della maison omonima è stato arruolato e messo in lista): giacca scura, camicia nera, niente cravatta. Cerca di apparire più giovane dei suoi 72 anni e, come è ovvio, ci riesce, ma Veltroni resta sempre più giovane, più fresco, più charmant. La qual cosa Berlusconi non sopporta dal profondo. Poi c’è la retorica del predellino, quella inaugurata alla fine dell’anno scorso a piazza San Babila a Milano, dove il leader – già allora in versione descamisada – s’inventò un nuovo partito dal nulla. Riconciliatosi con Fini e inglobata An, rotto con l’Udc dopo aver cercato di mangiarsela, staccatosi dalla Destra estrema di Storace e Santanché per non far imbufalire più di tanto Fini, sistemati i piccoli partiti del centrodestra (Nuova Dc di Rotondi, Repubblicani di Nucara e La Malfa, As della Mussolini) con qualche seggio (alla Camera, ché al Senato si rischia) e poco più, Berlusconi ci ha messo un po’, prima di buttarsi a capofitto nella campagna elettorale. Veltroni, anche in questo caso – come, del resto, nell’inventarsi la “novità” del partito “nuovo” – è partito prima, tour elettorale per l’Italia compreso. Berlusconi ha riproposto, invece, lo schema del ’94 riveduto e corretto: alleanza con la Lega di Bossi al Nord e con l’Mpa di Raffaele Lombardo – staccatosi dall’Udc sul piano nazionale, ma non per la Sicilia – al Sud. Con la differenza che l’Mpa è rilevato a percentuali minime, la Lega invece viaggia alto, nei sondaggi, e rischia di rivelarsi determinante, per governare, soprattutto al Senato. L’ex premier e i suoi ex consiglieri sono, naturalmente, fiduciosi nella vittoria e parlano di 10 punti di distacco, come minimo, dal Pd, ma qualche paura – nelle segrete stanze di palazzo Grazioli – angoscia anche loro.
I temi su cui battere, in campagna elettorale, sono gli stessi di questi ultimi due anni: il governo Prodi ha impoverito gli italiani, il Pd schiera tutti (o quasi tutti) gli ex ministri più invisi al “nostro popolo”, Veltroni è un leader solo di facciata, le contraddizioni del Pd (tra laici e cattolici, radicali ed ex comunisti, garantisti e giustizialisti) presto esploderanno, l’alleanza con l’Idv è semplicemente un obbrobrio e Di Pietro “fa orrore”. Sarà. Più facile, per la Cdl, battere su alcuni tasti dolenti – e aperti – lasciati insoluti dal governo: il dramma rifiuti in Campania, dove le colpe della classe dirigente locale (governatore Bassolino in testa) sono palesi, la svendita di Alitalia a Air France con il relativo declassamento di Malpensa (tema che fa infuriare soprattutto la Lega, oltre che Formigoni), le tasse. Proprio oggi, su due quotidiani più che vicini al centrodestra, Libero e il Giornale, Berlusconi dilaga sin dalla prima pagina: sul primo Berlusconi scrive ai lombardi (“Chiudono lo scalo di Malpensa perché sono invidiosi di noi”, sic), sul secondo si rivolge ai campani (“Sinistra sconcertante sui rifiuti”) ma il vero Berluskaiser è quello che si fa intervistare dal settimanale popolare Gente: “Mio padre mi ha insegnato ad avere il sole in tasca”. Già, siamo alle solite: Berlusconi – che pure questa volta ha cercato di far passare l’idea che nuovi “miracoli” italiani non sono possibili – coltiva sempre lo stesso sogno. Far felice se stesso, credendo che – in questo modo – saranno felici anche gli italiani. Il rischio pareggio al Senato, le tensioni che presto riesploderanno dentro l’ex Cdl, la necessità di tenere a bada i diversi colonnelli (Formigoni già scalpita a bordo campo, Fini non vede l’ora di ereditarne lo scettro), la perenne incognita Bossi (che Berlusconi crede di poter ammansire riportandolo al governo), le ultime intemerate anti-liberiste e filo-protezioniste di Tremonti (che, questa volta, al ministero dell’Economia vuole comandare e decidere da solo) fanno intendere che tutto sarà tranne che così. Anche nel caso – ad oggi altamente probabile – che l’ennesimo sogno berlusconiano vinca le elezioni.

La speranza per il futuro
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