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Bolzaneto

Giuliano Giuliani

genova4.jpgA Genova sono ancora in corso due processi a carico di appartenenti alle forze dell’ordine: quello per i “macellai” della Diaz e quello per i “torturatori” di Bolzaneto.

No, così non si può dire. Non si può dire macellai perché per la Diaz sono sotto processo non gli autori diretti della macelleria (non ne hanno potuto o voluto identificare nessuno) ma quadri e dirigenti, anche di grado già elevatissimo prima delle successive promozioni, che l’hanno decisa, diretta, o quanto meno non evitata. Alcuni di questi combinano anche il reato di falso (molotov portate da loro dentro la scuola, testimonianze e verbali che nulla hanno a che vedere con i fatti e così via).

Non si può dire torturatori perché per Bolzaneto c’è l’assenza, nella giurisdizione, del reato di tortura. C’aveva provato l’ex ministro Castelli, ma è meglio che non ci sia riuscito, a suo tempo, perché per tortura lui, in perfetto stile leghista, intendeva solo la reiterazione della modalità: che so, usare due volte di seguito le pinze, il bastone o la scossa elettrica. Se il torturatore aveva fantasia nell’uso degli strumenti poteva proseguire il suo nobile impegno. Poi, nei due anni di centrosinistra non hanno trovato il tempo e la voglia di sistemare questa grave lacuna del codice penale che ci esclude dal novero delle nazioni più civilizzate dell’occidente.
Tuttavia, per il processo ai torturatori di fatto, se non di diritto, la requisitoria dei pubblici ministeri ha chiesto la condanna per gli imputati, quarantaquattro su quarantacinque. Le pene richieste sono definibili lievi, si va da qualche mese a un massimo di cinque anni e mezzo, e quindi, anche se fossero confermate, non eseguibili, per la somma di indulto e prescrizione. Proprio perché i reati ascritti sono: falso, abuso di potere e via dicendo. Resta la triste considerazione che per la rottura di una vetrina o l’incendio di un’automobile, che pure restano azioni gravi, non si è attinto il reato di danneggiamento ma quello, da codice Rocco, di associazione finalizzata alla devastazione e al saccheggio, col risultato di comminare con la sentenza pene fino a dodici anni. La considerazione è triste perché è difficile non concludere che per la legge le cose valgono più delle persone. In linea con le condizioni che regolano oggi il mercato del lavoro.
A Genova, come si sa, non hanno voluto celebrare il processo per l’uccisione di Carlo. L’archiviazione ha impedito che fosse fatta chiarezza sulla tragedia di piazza Alimonda, che fosse accertata l’identità dello sparatore, che si potesse risalire alle responsabilità politiche e della catena di comando. Materia da Commissione parlamentare d’inchiesta, ma neanche questa hanno voluto fare, e le prospettive del dopo elezioni non sembrano le più idonee per immaginarne la convocazione. Sarebbe sufficiente la volontà di un magistrato che chiedesse conto di un gesto: la sassata che spacca la fronte di Carlo quando giace moribondo nella piazza circondato da un cordone di carabinieri. Un gesto ben più vigliacco delle violenze alla Diaz e delle torture di Bolzaneto, perché le violenze sui vivi possono essere riferite e testimoniate. Carlo non può parlare.

Categoria: Giovani